La classicità come anima liricadel moderno

La classicità come anima lirica del moderno (Kounellis, Anne e Patrick Poirer, Finlay, Parmiggiani)

Un’altra modalità di approccio al classico è quella che guarda al classico e in particolare all’antichità greca e romana come alle proprie radici culturali. Il fatto che si pensi al passato, al mondo degli antichi come a alle proprie radici però non implica necessariamente un senso di tranquilla continuità, come avviene in altre culture, come ad esempio quelle orientali, in cui le radici culturali coincidono con le tradizioni che vengono perpetuate da tempo immemomere. Nel caso dell’Occidente è avvenuto qualcosa di diverso: c’è stata una ferita. Questa ferita è dovuta all’arrivo del pensiero cristiano che ha provocato la fine della cultura pagana. Certo non tutto ciò che faceva parte della cultura antica è andato perduto; l’arte, la filosofia, la letteratura, il diritto si sono salvati, ma in ogni caso la rottura è stata drammatica tanto più che è stata sottolineata e aggravata anche dalla rottura storica costituita dalle invasioni barbariche. Da allora il mondo antico è come un’infanzia perduta.

Questo tema è stato sviluppato in maniera molto forte ed evidente dal romanticismo. Se prima c’era un mondo che viveva in una relazione spontanea con la natura, dopo c’è invece il mondo della nostalgia. Questo sentimento della frattura è anche ciò che sta alla base dell’estetica delle rovine. Le rovine infatti per il romantico hanno una loro sublime bellezza, il loro spettacolo suscita un misto di sentimenti di tristezza, grandiosità, pathos. Per questo motivo si può parlare di una visione lirica del classico. Qui infatti l’aspetto dominante è quello sentimentale e poetico. Esso può oscillare da un carattere leggero, epigrammatico a un carattere grave e tragico ma è comunque chiaro che rimane un comune filo di romantica nostalgia che pervade anche espressioni così diverse. Quattro autori esprimono in particolare questa modalità e tutti lo fanno in maniera diversa. Ciò accade per l’espressione poetica che è sempre altamente personalizzata. Essi sono Kounellis, i Poirier (se li vogliamo considerare come un unico autore), Finalay e Parmiggiani. In Kounellis forse troviamo l’espressione più grave e in alcuni casi anche tendente al tragico. La forza della sua poetica scaturisce proprio dal contrasto tra la dimensione umana e originaria della civiltà greca (non dimentichiamo che lui è un greco) e quella disumana e alienata della civiltà industriale. In questa tensione si scatena un dissidio insanabile, che è tragico proprio per l’impossibilità di ricucirlo o di risolverlo in una qualche forma di sintesi. Anche i Poirier esprimono un carattere tragico, ma non legato tanto alla tensione del contrasto quanto alla terribilità del disastro. Le visioni che loro ricostruiscono con pignola maestria sono gli scenari di una catastrofe da cui emana il sublime senso di una grandezza stroncata dal tempo e da quella frattura religiosa e culturale di cui abbiamo parlato. L’uomo moderno è capace di costruire cose più grandi di quelle, eppure ancora rimane ammirato da quella monumentalità di costruzioni che pur essendo più piccole nelle dimensioni, di quanto non lo siano i nostri, erano però ben più grandi per l’eroicità dell’impresa e per la pienezza di significato. Finlay è invece lirico nel senso più specifico del termine. La sua poetica ha una dimensione riservata, privata, anche in lui c’è però la memoria elegiaca di un’eleganza e di una grazia che il nostro mondo ha perduto e che può far rivivere solo nella dimensione privata del suo giardino e della sua vita ritirata a Little Sparta nelle Higlands della Scozia, così lontane dai centri di emanazione della cultura classica. Questa lontananza questo spiazzamento del classico in una terra fredda in cui è assente la solarità che lo ha generato le conferisce un particolare pathos decadente e sottolinea una volta di più questo dato irrecuperabile della frattura. Venendo infine a Parmiggiani troviamo il tipo di poeticità meno sofferente. Le sue opere hanno il carattere di un componimento epigrammatico alessandrino. Questo perché esse non sono mai grandi, monumentali e seriose, né struggenti o melanconiche, ma al contrario sono allegre e colorate. Esse sono, dicevamo, alessandrine, perché poi a questa vivacità poetica aggiungono la ricercatezza del riferimento culturale raffinato. Tuttavia anche in Parmiggiani accanto a questo vivace senso poetico privo di rimpianti si avverte il senso della frattura attraverso il ricorso al calco, che ci ricorda che comunque il classico è una materia morta non più soggetta a crescita ma solo alla citazione. In tal modo Parmiggiani si pone come punto di congiunzione tra la mentalità citazionista e quella lirica.