Alberto Savinio

Alberto Savinio

Alberto_Savinio_01Abbiamo appena citato Savinio, fratello di Giorgio de Chirico, il cui nome di battesimo era Andrea de Chirico, anche se in famiglia lo chiamarono fino all’età adulta Betty. La prima cosa che stupisce in Savinio è in effetti, il gioco dei nomi. Il nome proprio, che è l’altrare dell’identità, quello che si consegna alla memoria dei posteri, quello con cui si firmano le carte legali, in lui diventa un elemento di gioco. Le sue identità sono stratificate: all’anagrafe è Andrea de Chirico, in famiglia Betty, diminutivo da cui forse ha ricostruito Alberto a cui aggiunge Savinio che è un cognome che egli potrebbe aver tratto da un suo parente oppure dalla letteratura francese. Dunque Alberto Savinio è lo pseudonimo che usa per firmare le sue opere, ma nelle sue opere autobiografiche egli si identifica come Nivasio Dolcemare. Savinio è di tre anni più giovane di Giorgio e nasce anche lui in Grecia e vi trascorre l’infanzia. Savinio ripercorre questo periodo della sua vita in un libro intitolato L’infanzia di Nivasio Dolcemare. Qui troviamo subito alcune differenze rispetto al fratello maggiore. Se la tonalità affettiva che distingue la pittura metafisica di Giorgio è la melanconia e il perturbante, colto proprio nel significato freudiano di Uneimlich e cioè di una familiarità stravolta, quella di Savinio sta nell’ironia dissacrante, anche se questa dissacrazione è tale solo rispetto al comune buon senso. Infatti Savinio dipinge i genitori come esseri dalle sembianze di pesci, ma questo non vuol dire che non li ami. Savinio dipinge quindi l’antichità classica e soprattutto il mito o gli dèi mettendoli a contatto con gli elementi della cultura rurale greca moderna: con le palline di cacca degli ovini, con il caldo soffocante dell’estate, con lo sguardo stolido e atono degli animali. Può sembrare così che Savinio voglia prendere in giro la Grecia e gli dèi, ma lui non ironizza su di loro più di quanto non lo faccia su se stesso. La sua dissacrazione non è lo sfottò dell’illuminista convinto che si tratti di stolte superstizioni. L’idea di Savinio porta a pensare invece che l’ironia ci aiuti a cogliere proprio quel lato “spettrale” e metafisico che sfugge alla visione secolarizzata del mondo. Si potrebbe dire con uno slogan che se De Chirico coglie il rapporto con le cose e con l’antichità classica nello spirito della tragedia, Savinio lo fa in quello della commedia. Bisogna sempre tener presente però che la commedia saviniana non è appunto un semplice divertimento o una satira burlesca, ma che è quasi uno stile filosofico alla Luciano di Samosata, ma ancor di più è una ricerca socratica di elementi essenziali.

Savinio, da bambino, viene indirizzato agli studi musicali. Arrivato in Grmania continuerà a prendere lezioni e proverà anche a scrivere qualcosa senza troppo successo. Ad un certo punto la madre rientrò per un periodo in Italia, Giorgio continuò la sua permanenza a Monaco e Andrea, in cerca di ambienti più favorevoli, si spostò a Parigi. Questo suo viaggio fu casualmente tempestivo, infatti proprio in quel momento a Parigi stava nascendo il fenomeno dell’Ecole de Paris. Egli, a differenza del fratello, quando arriva a Parigi, non ha maturato una formazione troppo dipendente dalle istanze del simbolismo e dello Jugendstil. Certo, anche Savinio, conosce e ama la pittura di Böcklin, legge Nietzsche e Schopenhauer, ma il suo carattere è molto più in sintonia con il vitalismo avanguardistico parigino. Di conseguenza il suo atteggiamento è molto più estremista e vicino alle esperienze di Dada. A Parigi Savinio viene conosciuto per alcune performance scatenate in cui suona il pianoforte in un modo talmente forte da farsi sanguinare le dita. Scrive anche un primo testo abbinato alla musica intitolato Les chants de la mi-mort, in cui descrive una figura senza volto simile a un manichino che probabilmente è all’origine dei manichini poi disegnati dal fratello. Savinio è più vicino al clima delle avanguardie e vi rimarrà anche in seguito a differenza del fratello che lo esorta a staccarsene. Se De Chirico è alla base di un’avanguardia come quella surrealista ma poi rifiuta di farvi parte, Savinio invece non ne costituisce il fondamento o uno membri più importanti, ma non provoca né secche rotture o ripulse o litigi. Questo succede anche perché lui, pur essendo presente di dagli inizi nei circoli d’avanguardia, approderà alla pittura solo molto tardi. Egli infatti inizia a dipingere solo dal 1926ca., quando cioè la metafisica aveva fatto storia e due anni dopo la nascita del movimento surrealista. Quando collaborava a Ferrara alla nascita del gruppo dell’arte metafisica non lo faceva da pittore, ma da musicista e da letterato. Ci si accorgerà solo relativamente tardi del fatto che Savinio sa essere anche un valente pittore. D’altronde la figura di Savinio è sfuggente proprio per il suo carattere poliedrico. La musica che avrebbe dovuto essere la sua strada viene presto accompagnata dalla scrittura. Poi alla scrittura e alla musica si accompagna la pittura e quindi il teatro, il tutto in una propensione all’estensione a tutte le sfere della creatività. Pare infine che abbia realizzato anche un progetto per un film. In tutte queste forme di espressione ritroviamo comunque il riferimento all’antichità classica. Anche in questo caso è doveroso distinguere l’antichità classica dal classicismo. Infatti in Savinio c’è ben poco di classicismo e accademismo. La sua espressione è sempre fuori dagli schemi. Egli costituisce un caso unico di artista totale che non si è concentrato tanto nel rompere delle barriere all’interno di una singola arte, quanto piuttosto a rompere quelle tra le varie arti. Egli non agisce in nome di uno sperimentalismo linguistico o di una ricerca formale. L’arte di Savinio non è autonoma, è al servizio di una organica visione immaginifica che non può limitarsi ad esprimersi con un solo mezzo. Savinio ha scoperto il suo “mundus imaginalis” e cerca di divulgarlo o comunque di renderlo percepibile in tutte le maniere possibili. Egli è quindi soprattutto un artista di contenuto, che impernia il suo lavoro su una personale visione del mondo di cui le varie arti offrono le finestre per affacciarvisi. E’ per questo motivo che ritroviamo espressi con canali diversi gli stessi temi. Savinio come dicevamo arriva a Parigi nel 1910, l’anno seguente viene raggiunto dalla madre e dal fratello. In quel periodo De Chirico deve svolgere una serie di cure per dei disturbi di probabile origine psicosomatica che lo affliggevano allo stomaco. A Parigi insieme cercano di farsi conoscere. Il successo arride a Giorgio ed entrambi cominciano a frequentare la casa di Apollinaire tramite il quale Andrea organizza il suo primo concerto di musica d’avanguardia nel 1914. E’ in questa occasione che Andrea adotta lo pseudonimo di Savinio per distinguersi dal fratello pittore. Già in quel frangente compare la vena classica ma non classicista di Savinio. Egli infatti si definisce “Artisan dionysiaïque”. Ancora Nietzsche dunque. La musica di Savinio, che chiama “Musique métaphysique” vuole essere una sorta di corrispettivo in musica delle pitture del fratello. Nella composizione, in mezzo a dissonanze squilibranti, compaiono stralci di motivi di musica popolare, ricordi di motivi familiari che si agitano su una base di disarticolazione spaesante. Anche qui abbiamo a che fare con procedimenti di copiatura che vengono gestiti in una sorta di “taglia e incolla”, che però non è il semplice collage dadaista. Non si tratta semplicemente di provocare il non-sens fine a se stesso. Nell’accumulazione saviniana questi elementi dissonanti vengono uniti in funzione di una precisa visione del mondo metafisico che i due fratelli in questo momento condividono appieno. L’unica differenza che si può notare già a questo punto è quella tra la dimensione statica e sospesa di De Chirico, in cui tutto sembra fuori dal tempo, bloccato in un flash di un ricordo, e la dimensione dinamica di Savinio. Certo, nella musica il dinamismo è quasi implicito, ma in Savinio tale aspetto lo si ritroverà anche nella letteratura, nella pittura e nel teatro nonché nel pensiero. Infatti egli sosteneva che nell’ironia e in particolar modo nella freddura si ha un aspetto dinamico del pensiero o delle idee. «La freddura – scrive Savinio – , ossia il gioco del bisenso, è la naturale nemica dell’idea fissa, questo fondamento della dittatura» .